Washington volta le spalle alla cooperazione climatica globale

Washington volta le spalle alla cooperazione climatica globale


Gli Stati Uniti scelgono di ridurre drasticamente il proprio coinvolgimento nelle istituzioni internazionali, abbandonando decine di organismi multilaterali, molti dei quali impegnati su clima, energia e sostenibilità. Una decisione che segna un netto cambio di rotta nella politica estera americana e che rischia di ridisegnare gli equilibri globali, favorendo indirettamente potenze concorrenti come la Cina.

Con un memorandum ufficiale diffuso dalla Casa Bianca a inizio gennaio, l’amministrazione Trump ha annunciato l’uscita degli Usa da 66 organizzazioni internazionali, quasi la metà collegate al sistema delle Nazioni Unite. Secondo il presidente, questi enti sarebbero contrari agli interessi nazionali e portatori di un’agenda ideologica giudicata eccessivamente progressista. Il provvedimento comporta la sospensione immediata della partecipazione statunitense e dei relativi finanziamenti federali.


Addio ai principali forum su clima ed energia

Tra le realtà più colpite figurano alcune delle piattaforme centrali per la governance climatica mondiale. Gli Stati Uniti avvieranno la procedura di ritiro dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il principale spazio di dialogo multilaterale sul contrasto al riscaldamento globale, e di conseguenza interromperanno anche la collaborazione con l’Ipcc e con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

La scelta rappresenta un’ulteriore radicalizzazione rispetto al primo mandato di Trump, quando Washington aveva rallentato gli impegni climatici senza però recidere completamente i legami istituzionali. Questa volta, invece, l’obiettivo appare quello di smantellare in modo sistematico ogni forma di cooperazione multilaterale in materia energetica e ambientale.

Il disimpegno coinvolge anche UN Energy, l’agenzia Onu dedicata al coordinamento delle politiche energetiche, oltre a programmi internazionali per la tutela delle foreste e la riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo. Non manca poi l’uscita dall’Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, scelta coerente con la diffidenza dell’amministrazione verso eolico e fotovoltaico.


Una visione ancorata ai combustibili fossili

Alla base di queste decisioni c’è una strategia che continua a privilegiare petrolio e gas come pilastri della sicurezza energetica nazionale. Washington ha intensificato gli sforzi diplomatici per promuovere accordi sui combustibili fossili, riducendo al minimo il proprio ruolo nei negoziati multilaterali sul clima e disertando gli ultimi vertici internazionali.

Tuttavia, i dati di mercato raccontano una storia diversa: la produzione globale di petrolio ha superato la domanda e le previsioni indicano un possibile picco dei consumi entro la fine del decennio. Il calo dei prezzi e l’aumento della concorrenza rendono sempre meno redditizie nuove esplorazioni, mentre le rinnovabili continuano a crescere spinte da vantaggi economici e tecnologici.

Secondo diversi osservatori, questa impostazione rischia di isolare gli Stati Uniti proprio mentre altri Paesi investono con decisione nelle fonti pulite. La Cina, in particolare, sta consolidando la propria leadership nelle tecnologie solari, eoliche e geotermiche, rafforzando la propria posizione geopolitica nel settore energetico del futuro.


Il resto del mondo va avanti

Nonostante il passo indietro americano, la comunità internazionale ha ribadito la volontà di proseguire sulla strada della cooperazione climatica. Dall’Unione europea alle reti globali sulle rinnovabili, il messaggio è chiaro: la transizione energetica non dipende da un singolo Paese.

Le organizzazioni coinvolte hanno sottolineato che l’abbandono dei tavoli multilaterali può ridurre l’influenza degli Stati Uniti, ma non arresta un processo ormai guidato da fattori economici più che politici. Le energie rinnovabili garantiscono stabilità dei prezzi, nuova occupazione e maggiore sicurezza energetica, elementi sempre più centrali per lo sviluppo globale.

Resta aperta, almeno formalmente, la porta per un eventuale ritorno di Washington. Nel frattempo, però, la scelta dell’attuale amministrazione rischia di complicare il lavoro delle future leadership americane, chiamate a ricostruire credibilità e alleanze in un mondo che corre verso un’economia a basse emissioni.


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