Centrali solari in orbita: l’elettricità che arriva dallo spazio

Centrali solari in orbita: l’elettricità che arriva dallo spazio


Immaginare una fonte energetica inesauribile, non inquinante e disponibile in modo continuo è un obiettivo che accompagna l’umanità da decenni. Oggi, con città sempre più energivore e tecnologie come data center e intelligenza artificiale in costante espansione, quell’aspirazione torna al centro del dibattito: produrre elettricità direttamente nello spazio e inviarla sulla Terra.


Dalla visione letteraria ai progetti concreti

L’idea comparve già nel 1941 in un racconto di Isaac Asimov: raccogliere la luce solare oltre l’atmosfera e sfruttarla per alimentare il nostro pianeta. Per lungo tempo è rimasta fantascienza, ma negli ultimi anni aziende private e agenzie spaziali hanno iniziato a studiare soluzioni tecniche reali.

Il principio è semplice: installare enormi strutture fotovoltaiche in orbita, dove l’assenza di atmosfera permette di catturare una quantità maggiore di radiazione solare rispetto alla superficie terrestre. Inoltre, in determinate orbite, i pannelli possono essere esposti al Sole quasi ininterrottamente, garantendo produzione costante.


Come arriva l’energia sulla Terra

La vera sfida non è solo generare elettricità, ma trasmetterla in modo efficiente. L’energia raccolta verrebbe trasformata in microonde e inviata verso una grande antenna ricevente a terra, che la riconvertirebbe in corrente elettrica utilizzabile.

Tra gli esperimenti più avanzati c’è quello del California Institute of Technology con il progetto SSPP (Space-Based Solar Power Project), che ha dimostrato la possibilità di inviare energia senza fili su distanze significative. Anche la riduzione dei costi di lancio, favorita dalle innovazioni di SpaceX, ha reso l’ipotesi meno remota rispetto al passato.

Tuttavia, per rendere il sistema competitivo, servirebbero superfici fotovoltaiche in orbita dell’ordine di chilometri quadrati, con notevoli complessità logistiche e ingegneristiche.


Agenzie e aziende in corsa

Non è solo il mondo accademico a muoversi. La Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA) sta pianificando test di trasmissione energetica su scala crescente. L’Agenzia Spaziale Europea ha avviato il programma Solaris per valutare sostenibilità tecnica ed economica del concetto. In Cina, prototipi come Omega 2.0 puntano a strutture orbitali capaci di concentrare la luce solare e inviarla verso il suolo.

Parallelamente, diverse imprese statunitensi e britanniche stanno raccogliendo fondi per sviluppare sistemi modulari, pensati per essere assemblati direttamente nello spazio.


Opportunità e interrogativi

I benefici potenziali sono evidenti: produzione continua, riduzione della necessità di sistemi di accumulo e minore dipendenza dalle condizioni meteorologiche. Inoltre, l’energia potrebbe essere diretta verso aree colpite da calamità naturali o regioni remote difficili da collegare alle reti tradizionali.

Non mancano però le preoccupazioni. Comunità scientifiche e organizzazioni internazionali stanno valutando l’impatto di grandi infrastrutture orbitali sull’osservazione astronomica e sull’ambiente spaziale. L’uso di fasci di microonde richiede standard di sicurezza rigorosi per evitare interferenze con traffico aereo, satelliti o fauna.


Energia anche per lo spazio

Un’ulteriore prospettiva è quella di alimentare direttamente altri satelliti o infrastrutture spaziali, riducendo la necessità di batterie e pannelli individuali. In un futuro con stazioni di calcolo orbitanti o basi permanenti, una rete energetica spaziale potrebbe diventare un elemento chiave.

La tecnologia non è ancora pronta per una diffusione su larga scala, ma l’interesse cresce. Quello che era nato come racconto visionario potrebbe trasformarsi, nei prossimi decenni, in una componente strategica del sistema energetico globale.


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